13 Ott

Campionato Italiano Capoliveri 2020

Tempo di lettura: 15 minuti

Ho aspettato, ho voluto aspettare prima di scrivere qualche parola riguardo al Campionato Italiano Marathon. Nel mio post di quel giorno avevo preso in considerazione solo Gaia Ravaioli, terza classificata in ambito femminile ma l’ho fatto di proposito perchè in bocca sentivo l’amaro e sapevo che ogni parola usata in quel momento sarebbe stata di troppo o inutile. Avevo aspettative e come sempre succede, nonostante io sia il primo che insegna a non averle sono stato vittima del loro gioco. Dunque cosa è successo?

Conoscevo bene i valori e le potenzialità degli atleti che ho allenato e sapevo che si partiva per vincere l’italiano. Era un mio forte desiderio, per la quale ci siamo impegnati sia io che i ragazzi.

Lo dico francamente, io sognavo un finale di gara con Tony Longo, Juri Ragnoli e tutti gli altri avversari a giocarsela alla pari. Negli ultimi 2 anni questo non è stato possibile per guasti meccanici e forature. A parte il risultato finale, io sognavo questo finale, poi che vinca il migliore, dicevo. Non ho allenato Juri Ragnoli per questa gara ma siamo buoni amici e ci sentiamo spesso, ogni volta che è necessario o che sente qualche dubbio mi metto a disposizione per dargli il mio parere e aiutarlo per prendere la SUA decisione. Tony invece si….lavoro con Tony da 2 anni e ci ho visto anche io, come altri, il talento. E’ un talento fisico e anche mentale per certi aspetti. Longo ha infatti una capacità fuori dal comune di accedere ad uno stato mentale di altissima prestazione. Aiutato da un fisico agile e leggero è in grado di usare la sua mente come un booster potentissimo e accedere in pochissimi istanti ad uno stato di flow fuori dal normale. Questo può avvenire se messo nel giusto ritmo e nelle giuste condizioni. Oso dire che quando il flow è quello giusto potrebbe diventare disarmante, per qualunque avversario. Il problema o meglio dire il Segreto per allenare Longo sta nel metterlo nelle condizioni fisiche e mentali di poter accedere a questa condizione particolare. Ecco il mio lavoro. Il mio lavoro sta nel capire cosa poter fare per portarlo a sbloccare totalmente il suo potenziale, e poi agire. C’è la parte mentale e quella fisica, che ovviamente ha un’importanza estrema. Saper leggere i dati degli strumenti, analizzarli e capire ogni volta cosa fare per spostare il limite. Cosa alleniamo? La forza? L’agilità? La potenza? La resistenza lattacida? La capacità aerobica? La potenza aerobica? Sono scelte tecniche e anche tattiche che vanno studiate e pianificate al meglio e quest’anno tutti sappiamo che non è stato facile.

Insomma alla partenza sia Juri che Tony possono ambire alla maglia tricolore. Citando il neo campione del mondo Alaphilippe “una gara di ciclismo si può vincere o non vincere, ma non si perde mai” Bella affermazione. Quando tutti fanno il loro meglio le cose possono andare bene oppure no. Ci piace.

Per motivi tattici ma anche tecnici si sceglie insieme di fare una gara progressiva, quindi partenza controllata e poi progressione sul finale. Questa teoria è supportata da varie esperienze nelle Marathon e spesso si è rivelata vincente per motivi che non sto qui a descrivere. Analizzando i file delle gare con il solo obiettivo di arrivare dal punto A al punto B nel minor tempo possibile. 

Teniamo presente che Juri ha perso la maglia per 3”, tre secondi su 3 ore e mezza di gara. In realtà la progressione non è reale ma solo mentale perchè poi lo scopo è di gestire le risorse a disposizione nel miglior modo possibile. Detto questo il vincitore Saumuele Porro, ma anche i primi 3 concorrenti hanno optato per una strategia diversa, partire a fuoco e gestire poi il vantaggio per l’intera gara. Funziona anche così e a quanto pare anche bene. La scelta dipende prettamente dal tipo di gara, dal percorso, dagli avversari e dalle loro scelte tattiche. Aggiungerei che dipende anche tanto da come gestiamo mentalmente il fatto di partire nelle posizioni più arretrate del gruppo. Potremmo poi aprire una discussione riguardo al quanto partire piano e come fare la progressione ma questa è una scelta delicata e ancora poco chiara.

Veniamo alla gara di Capoliveri. 

Io sono sul percorso. Riesco a procurarmi un braccialetto verde, con il quale posso accedere a tutto il percorso e spostandomi da solo con la mia Vikinga (la mia moto) posso vederli molte volte. Non parlo tanto, le altre persone ai punti assistenza quasi disturbano il mio flow. Sento le emozioni e la tensione è sempre in pancia. Non faccio pronostici anche se conosco il valore degli atleti in gara. Il primo passaggio non mi dice mai nulla di quello che sarà poi il risultato sotto il traguardo finale. Nulla. Mi dice solo come è andata la partenza. Chi è partito forte e chi quel giorno di sente molto bene. E’ subito chiaro che Samuele sta molto bene e vuole tenersela, la maglia tricolore. Passa nelle primissime posizioni. Mi rendo conto che ha dovuto spendere molte energie per partire davanti ma lo fa senza grossi problemi, è fortissimo. I “miei” (passatemi il termine, è per spiegarsi) passano arretrati. Non poco ma non tanto. Parliamo di 2-3 minuti dopo 1h30’ di gara. Juri circa 15esimo e Tony ancora più dietro, 25esima posizione. Come lo scorso anno ad Aielli mi preoccupo un pochino, è naturale, bisogna un po’ farsi il callo. Attendo il passaggio di Adriano Caratide, che mi sembra concentratissimo e di Michael Wohlghemuth, anche lui partenza buona direi. Come la volevamo. Li attenderò ancora al rifornimento successivo e poi non li rivedrò più fino all’arrivo, purtroppo i tempi e gli spostamenti non permettono attese troppo lunghe.

Sposto la Vikinga con la pancia che duole sempre un po’ di più e al secondo rifornimento cambia poco. Al terzo un pelo meglio ma comunque i distacchi sembrano ancora importanti. In una frazione di secondo li guardo in faccia cercando di leggere quel linguaggio non verbale che mi dice tanto. Juri sta bene, Tony anche ma pare ancora “in conserva” sta amministrando le energie disponibili al meglio. Indeciso, quasi passivo, in attesa. Sarà buono? Sarà male? Non riesco ad interpretare bene perché ammetto che un po’ di timore c’è sempre, basta il giorno sbagliato e quella che inizialmente è una tattica può essere fraintesa come una giornata nera. Potrebbe capitare…ma non oggi. Passano i concorrenti, accendo il motore e mi sposto nel cuore della montagna. Siamo in pochi in quella zona ma già troppi per me. Entro nel sentiero, guidato dalla mia mappa sul telefono. Ho il tracciato di gara scaricato su una mappa locale e con la localizzazione posso sapere in che punto passa la gara. Non chiedo mai indicazioni perché sono troppo concentrato su ciò che sento e non mi ricordo mai nulla delle spiegazioni. Mi fido del mio software e della mia cartografia. Insomma li becco dopo la salita dura nel single track. Passano i primissimi e all’inseguimento riconosco Mensi, Juri, Rabesteiner, un grande Billi e subito dietro….Tony Longo. E’ rientrato come un caccia al 64esimo km. E’ iniziata la sua gara. Ha iniziato a “calare meno” rispetto agli altri. La faccia è di un corridore che sta spingendo ma che è entrato in gara solo da poco. Mi riferirà poi lui che quando è rientrato su quel gruppo inseguitore gli si è accesa la lampadina. “qui mi gioco almeno il podio, sto bene”. Una sicurezza mentale importante. Intanto il vantaggio su Samuele Porro inizia lentamente a scendere. Si avvicinano, guadagnano. 

Inizio a crederci davvero, il finale che sognavo si sarebbe potuto concretizzare. 

E’ una telefonata a interrompere ogni speranza. Mi dicono che Longo passa poco dopo il muro affranto e attardato, con atteggiamento arrendevole. “Non fatica fisica mi dicono. Si è arreso, dev’essere successo qualcosa”. 

Cazzo!

Cos’è successo? Ha perso il flow? E’ scoppiato? Un corridore come lui non salta per aria se non succede qualcosa. Deve essere successo qualcosa mi dico. Sono molto dispiaciuto. E’ vero che c’è Juri che sta facendo una cavalcata pazzesca e potrebbe rientrare su Porro ma è anche vero che se Tony avesse ottenuto un risultatone, magari con Juri, avrei fatto tombola. Cercavo la tombola, ma “non tutte le domeniche escono con il buco” Cit. Attendo un altra mezz’ora abbondante per vedere l’ultimo passaggio. Passa Porro ed è ancora attivo ma comunque in viso sembra cotto. Non è più brillante come prima. Juri dietro a tutta, macina metri e recupera come solo lui sa come. Sono nel single track, incastrato nel bosco che penso e mi spavento un po’ per quanto successo a Longo quando in quell’istante passa Jacopo Billi. Mi dice che Tony ha rotto il cambio. Anche lui a tutta (tra l’altro piccola dimostrazione del valore di questo ragazzo, ho apprezzato il gesto). 

Apro la mia App cartografica e creo una traccia per raggiungere l’arrivo a Capoliveri. Arriverò dopo i primi concorrenti ma non sono mai particolarmente ansioso di sapere il risultato, sarà che mi piace un po’ godermi quella sensazione di incertezza mista ad adrenalina. La traccia prevedeva di percorrere con la Vikinga almeno 1 km di strada contromano rispetto alla gara. Caspita che rischio…ma non resto lì sopra per ore in attesa degli ultimi concorrenti. Scelgo di scendere con il motore spento e rispettando ovviamente le traiettorie degli atleti. 20’ di tensione, che si sommano a quella della gara, ero distrutto!;-) La cosa bella è che scendendo lungo il tracciato li ho incontrati un po’ tutti. Ho visto la prima donna, poi ho incontrato Gaia Ravaioli, in crisi su pendenze proibitive (resusciterà nel tratto successivo) e altre facce conosciute, tutti impegnati a fare il loro miglior italiano. Purtroppo non ho seguito la gara femminile ma chi frequenta queste manifestazioni si rende conto che sono due gare diverse e non è possibile seguirle entrambe, i distacchi sono tali da non riuscire a fare spostamenti veloci per vedere tutti. Erano comunque in gara, oltre a Gaia anche Simona Mazucotelli, purtroppo vittima di un taglio copertone e costretta al ritiro dopo una prima ora e mezza a fuoco. Soddisfazione comunque anche da parte sua per aver affermato “pedalavo come volevo io”. Nel giorno giusto, al momento giusto. Peccato, non sapremo mai come sarebbe andata a finire.

Arrivo comunque all’arrivo. Parcheggio la Vikinga stanca e sporca anche lei e indosso volentieri la mascherina, quasi a nascondermi e non farmi disturbare dalla gente mentre osservo il mondo esterno. Vedo il podio, vedo Juri “attapirato” e Porro sul gradino più alto. La gente continua ad arrivare stremata, con i crampi. Tanti crampi in giro per Capoliveri. Sento l’intervista di Porro e il suo racconto dell’ultima battaglia mi fa emozionare. Da sportivo, da ex coach di Juri Ragnoli capisco che entrambi hanno dato veramente tutto e Juri ha fatto una mossa tattica affrontando Porro sul mentale. E’ arrivato da dietro e come ha detto Samuele “ha subito messo in chiaro le sue intenzioni” mettendosi davanti a tirare fuori gli ultimi watt rimasti. Le scelte erano 2. Impossibile sapere quale avrebbe funzionato meglio. Attaccarlo sul mentale vuol dire arrivargli sotto e scattargli in faccia, affrontarlo a muso duro. Diversamente avrebbe potuto attendere un attimo, mettersi a ruota e poi sferrare un secondo attacco dopo aver recuperato le energie spese per il rientro. Porro ha dimostrato ancora una volta la sua forza mentale, una voglia di vincere totale oltre che una gran forma fisica, bisogna dirlo. É sempre stato con i primi concorrenti, lasciandosi sfilare solo dopo metà gara. Ha gestito le energie pensando probabilmente che i 2 minuti guadagnati fossero sufficienti per arrivare all’arrivo senza attacchi. Una gara veramente bella. 

Juri uscendo dalla zona arrivo, spingendo la bici si gira veloce verso di me e mi dice “cosa mi è mancato”? …. “non lo so ancora, ci devo pensare” dico io. Non lo sapremo mai.

Ho aspettato fino ad oggi, martedì, per scrivere questo lungo ma per me emozionante racconto perchè volevo sentire dalle voci dei protagonisti come era andata la gara. Non ho sentito Tony fino a ieri, lunedì. Non ci siamo cercati, solo qualche messaggio. Forse tutti e due non avevamo tanto da dire, entrambi frustrati e delusi. Non so bene perchè ma certamente so che a “caldo si dicono solo cazzate” e poco c’era da dire. Questa è la MTB.

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